12 Prove Contro Dio


Quelle che seguono, sono le "Le dodici prove della non esistenza di Dio" di Sébastien Faure, anarchico francese.

Ho pensato di riportare questo suo scritto perché, oltre ad essere di pubblico dominio (l'autore è morto da più di 70 anni), l'opera non è molto conosciuta tra gli atei, infatti in rete è disponibile più che altro sulle pagine anarchiche.

Il testo che riporto l'ho preso proprio da una di queste pagine, più precisamente dal blog Nexsus che si è preso anche la briga di tradurlo, ma il libro è disponibile anche con una nuova edizione e traduzione professionale, quindi vi invito a comprarlo, anche perché, come è stato scritto anche nella quarta di copertina dell'edizione più recente a cura di Castelvecchi Editore che potete trovare si IBS e altrove, "Si tratta di un testo suggestivo e poco noto in Italia, fondamentale per chi voglia approfondire la conoscenza del pensiero libertario."




"Compagni,
Ci sono due modi di studiare e cercare di risolvere il problema dell’esistenza di Dio.
Il primo consiste nell’eliminare l’ipotesi di Dio dal campo delle congetture plausibili, o necessarie, al fine di una spiegazione chiara e precisa per l’esposizione di un sistema positivo dell’universo, delle sue origini, dei suoi sviluppi, dei suoi fini.
Questa esposizione renderà inutile l’idea di Dio e distruggerà, proseguendo, tutto l’edificio metafisico nel quale i filosofi spiritualisti e i teologi lo fanno riposare.
Beninteso, nello stato attuale delle conoscenze umane, se ci si cinge, come seguirà, a quello che è dimostrato e dimostrabile, verificato e verificabile, questa spiegazione cade, questo sistema positivo cade.
Esistono certamente ipotesi ingegnose e che non cozzano in nessun modo con la ragione; esistono sistemi più o meno verosimili, che si appoggiano su una quantità di constatazioni e scendono in una moltitudine di osservazioni con le quali si è edificato un carattere di probabilità impressionante. Così si può sostenere che questi sistemi e queste supposizioni si prestano vantaggiosamente ad essere confrontate con le affermazioni dei deisti; senza dubbio, in verità, non c’è granché su questo punto, se non tesi che non possiedono alcun valore della certezza scientifica e ognuno, essendo libero in fin dei conti, al fine di concedere la preferenza a questo o quell’altro sistema, la soluzione del problema appare nel presente, con le dovute riserve.
Gli adepti di tutte le religioni sono così sicuri del vantaggio che hanno, che cercano di esaminare il problema riportandolo sempre indietro. Se non ottengono gli onori della sfida su questo terreno -l'unico su cui possono ancora stare abbastanza bene-, è ancora possibile, per loro, mantenere il dubbio nella mente dei loro fratelli religiosi. Il dubbio! Un punto capitale per i correligionari.
In questo corpo a corpo nel quale la due tesi opposte si affrontano e si sforzano nel demolirsi, i deisti ricevono duri colpi, ma ne danno anche; bene o male si difendono e il risultato di questo duello appare insicuro agli occhi dei più. I credenti, anche quando vengono collocati in posizione di vinti, possono gridare vittoria.
Non si nascondono di farlo con un’impudenza che è tipica dei loro giornali, e questa commedia comporta di mantener basso il bastone del pastore all’immensa maggioranza del gregge.
È tutto quello che desiderano questi “cattivi pastori”.

Il Problema Situato nei suoi Termini Precisi
Senza dubbio, compagni, c’è una seconda maniera di studiare e di cercare di risolvere il problema dell’inesistenza di Dio.
Questa consiste nell’esaminare l’esistenza di Dio che le religioni propongono a nostra adorazione.
Si trova un uomo sensato e riflessivo, che può ammettere che esiste questo Dio del quale ci è stato parlato, come se non fosse circondato da alcun mistero, come se non sapesse nulla di lui, come se fosse penetrato nel suo pensiero, come se avessero ricevute tutte le sue informazioni: Lui ha fatto questo, lui fa quello e quest’altro e quell’altro ancora. Lui ha detto questo e quest’altro. Lui ha operato e ha parlato con questi fini e per tali ragioni. Lui vuole tale cosa, ma proibisce quest’altra; ricompenserà tali azioni e ne castigherà altre. Lui ha fatto questo, lo vuole perché è infinitamente saggio, infinitamente forte, infinitamente buono.
E bene, ora: c’è un Dio che si fa conoscere. Lascia l’impero dell’inaccessibile, dissipa le nubi che lo circondano, discende dalle cime, conversa con i mortali, svela il suo pensiero, rivela le sue volontà e la missione ad alcuni privilegiati per spargere la sua dottrina, per rappresentarlo quaggiù con pieni poteri, di legarlo e slegarlo nel cielo e sulla terra.
Questo Dio non è il Dio Forza, Intelligenza, Volontà, Energia che come tutto quello che è Energia, Volontà, Intelligenza, Forza, può essere successivamente, secondo le circostanze e per conseguenza, indifferentemente buono o maligno, utile o dannoso, giusto o ingiusto, misericordioso o crudele; questo Dio è il dio in cui tutto è perfetto e la cui esistenza non è e non può essere compatibile, dato che è perfettamente giusto, savio, poderoso, buono, misericordioso, più che con uno stato di cose del quale sarebbe l’autore, per il quale si affermerebbe la sua infinita Giustizia, la sua infinita Sapienza, la sua infinita Potenza, la sua infinità Bontà, la sua infinità Misericordia.
Questo Dio, lo riconoscete: è colui che si insegna, con il catechismo, ai bambini, è il Dio vivo è personale, quello al quale si dedicano templi, quello a cui si dirigono le preghiere, quello in cui onore si compiono sacrifici e colui che pretendono di rappresentare i curati e tutte le caste sacerdotali.
Non è questo “Sconosciuto”, questa Forza enigmatica, questa Potenza impenetrabile, questa intelligenza incomprensibile, questa Energia inconoscibile, questo principio misterioso: Ipotesi alla quale, dentro l’impotenza in cui ci troviamo nello spiegare il “come” e il “perché” del dio speculativo dei mate-fisici, è il dio che i rappresentanti hanno descritto profusamente, in maniera splendidamente dettagliata.
È, lo ripeto, il dio della religione e, visto che siamo in Francia, è il dio di questa religione che , da 15 secoli, domina la nostra storia: la religione cristiana.
È questo dio che io nego ed è questo solamente che io voglio discutere e quello che m’interessa studiare, se vogliamo ottenere da questa conferenza un guadagno positivo, un risultato pratico.
Questo Dio “qual è?”
Visto che i suoi rappresentati quaggiù hanno avuto l’amore di descriverlo con gran lusso di dettagli, approfittiamo di questa grazia dei suoi fondati poteri; esaminiamoli da vicino, passiamo la lente d’ingrandimento: per discuterlo bene è necessario conoscerlo bene.
Questo Dio, è colui che con gesto poderoso e fecondo ha fatto tutte le cose dal nulla; colui che ha chiamato il nulla ad essere; colui che, per sua sola volontà; ha mutato l’inerzia in movimento; la morte universale in vita universale: lui è il creatore.
Questo Dio, è colui che, realizzata la creazione, lontano dal voler entrare nella sua secolare inattività e di rimanere indifferente alla cosa creata, si occupa della sua opera, si interessa di lei, interviene quando lo ritiene opportuno, lo guida, lo amministra, lo governa: lui è il governatore o provvidenza.
Questo Dio è colui che, Tribunale Supremo, fa comparire ognuno di noi dopo la sua morte, lo giudica secondo gli atti della sua vita, mette sulla bilancia le sue buone e cattive azioni e pronuncia, senza possibilità di appello, la sentenza che farà di lui, per tutti i secoli avvenire, il più felice o il più disgraziato degli esseri: Lui è giustiziere o magistrato.
Si deduce da ciò che questo Dio possiede tutti gli attributi e che non li possiede solamente in via eccezionale, li possiede al grado d’infinito.
Quindi, non è solamente giusto; lui è la Giustizia infinita; non è solamente buono; è la bontà infinita; non è misericordioso: è la Misericordia infinità; non è solamente poderoso; è la Potenza infinita; non è solamente savio: è la Sapienza infinita.
Ancora una volta: questo è il Dio che io Nego e del quale, con dodici prove differenti (anche se una sola basterebbe), mi accingo a dimostrarne l’impossibilità di esistenza.

Divisione del Tema
Abbiamo qui l’ordine, secondo il quale io presenterò i miei argomenti.
Questi formeranno tre gruppi: il primo di questi gruppi si occuperà più particolarmente del Dio-Creatore. Conterrà sei argomenti.
Il secondo di questi gruppi sarà dedicato particolarmente al Dio-Governatore o Provvidenza: porterà quattro argomenti.
Alla fine, il terzo e ultimo di questi gruppi, si occuperà del Dio-Giustiziere o Magistrato; comprenderà due argomenti.
Quindi: sei argomenti contro il Dio-Creatore; due argomenti contro il Dio-Governatore; due argomenti contro il Dio-Giustiziere.
Conoscendo il piano della mia dimostrazione, potrete seguire più comodamente e meglio lo svolgimento.

1 . Il Gesto Creatore è Inammissibile

Cosa si intende per creare?
Cos’è il creare?
È prendere materiali sparsi, separati ma esistenti, utilizzando certi principi, sperimentandoli, applicando certe regole conosciute, riunendoli, raggruppandoli, aggiustandoli, con il fine di fare di loro qualcos’altro?
No, questo non è creare. Esempio: Può dirsi di una casa che questa sia stata creata? No, è stata costruita. Può dirsi di un mobile, che è stato creato? No, è stato fabbricato. Può dirsi di un libro? No, è stato composto, stampato.
Quindi, prendere dei materiali esistenti e fare di loro altro, non è creare.
Cosa significa allora creare?
Creare… Mi trovo molto perplesso a spiegare l’inspiegabile, a definire l’indefinito. Senza indugio, voglio farmi capire:
Creare è fare qualcosa dal nulla. È fare con nulla qualcosa. È chiamare il nulla ad essere.
Ciò nonostante, immagino che non si trovi una sola persona dotata di ragione che possa concepire e ammettere che dal nulla si possa creare qualcosa, che con il nulla sia possibile modellare una cosa.
Immaginiamo un matematico, eleggiamo il calcolatore più eminente, collochiamolo dietro ad un’enorme lavagna nera. Facciamo in modo che metta su di essa molti zeri: potrà sforzarsi di sommare, moltiplicare, librarsi fra tutte le operazioni della matematica, e non arriverà mai ad estendere il valore di questi zeri ad una unità. Con il nulla, non si fa nulla; con il nulla non si può far nulla. Il famoso aforisma di Lucrezio, ex nihilo nihil fit, è l’espressione di una verità evidente.
Il gesto creatore è una gesto impossibile da ammettere, ed è assurdo.
Creare, è, inoltre, un’espressione mistica, religiosa, che può possedere un valore agli occhi delle persone che si accontentano di credere a ciò che non possono comprendere; ma per ogni uomo intelligente, a qualsiasi osservatore per il quale le parole hanno valore solo nella misura in cui essi rappresentano una realtà o una possibilità, creare è un'espressione vuota di ogni senso.

Di conseguenza, l’ipotesi di un'essere veramente creatore, è una ipotesi che la ragione rifiuta.
L’essere creatore non esiste, non può esistere.

2. Lo "Spirito Puro" non Può Aver Determinato l’Universo

Ai credenti che, a dispetto della ragione, persistono nell’ammettere la possibilità di una creazione, dirò che in ogni caso è impossibile attribuire questa creazione al loro Dio.
Il loro Dio è puro Spirito. E io dico che il puro Spirito, l’Immateriale, non può aver determinato l’Universo, il materiale. Ed ecco perché:
Il puro Spirito non è separato dall’Universo per una differenza di grado, di quantità, se non per una differenza di natura, di qualità.
In modo che lo Spirito puro non sia ne possa essere un ampliamento dell’universo, dello stesso modo che l’Universo non possa essere una riduzione dello Spirito puro. La differenza qui non è solamente una distinzione, semmai un’opposizione di natura: essenziale, fondamentale, irriducibile, assoluta.
Fra lo Spirito puro e l’Universo, non c’è unicamente un abisso più o meno grande e profondo che potrebbe essere colmato o affrancato: c’è un vero abisso, la cui profondità ed estensione, qualunque sia lo sforzo, niente e nessuno potrebbe colmare ne affrancare.
E io propongo al filosofo più acuto, lo stesso che al matematico più consumato, di erigere un ponte, come dire, a stabilire una relazione – qualunque sia- (e con maggior ragione una relazione così diretta e così stretta come quella le lega la causa all’effetto) fra lo Spirito puro e l’Universo.
Lo Spirito puro non ammette nessuna alleanza materiale, non comporta ne forma ne corpo, ne linea, ne materia, ne proporzione, ne spazio, ne volume, ne colore, ne suono, ne densità.
Quindi: nell’Universo, tutto, al contrario, è forma, corpo, linea, materia, proporzione, spazio, durata, profondità, superficie, volume, colore, suono, densità.
Come ammettere che questo sia stato determinato da quello?
È impossibile.
Arrivato a questo punto della mia dimostrazione, stabilisco solidamente sui due argomenti che precedono, la seguente conclusione:
Abbiamo visto che l’ipotesi di una potenza veramente creatrice è impossibile. Abbiamo visto, secondariamente, che, anche quando ci si ostina a credere in questa potenza, non si potrebbe ammettere che l’Universo essenzialmente materiale sia stato determinato dallo Spirito puro, essenzialmente immateriale.
Se, nonostante tutto, voi vi ostinate, credendo, nell’affermare che è il vostro Dio ad aver creato l’Universo, è arrivata l’ora di chiedervi dove, nell’ipotesi di Dio, si trovi la Materia; in origine, o in principio.
E bene. Di due cose una: o la Materia si trovava fuori da Dio o si trovava in Dio. Nel primo caso, se questa fosse stata fuori da Dio, significa che Dio non ha avuto bisogno di crearla, visto che già esisteva; significa che coesisteva con Dio, che concomitante con lui e, dunque, il vostro Dio non è creatore.
Nel secondo caso, significa che, se la Materia non fosse stata separata da Dio, si trovava in Dio, e in questo caso io affermo: 1°, che Dio non è lo Spirito puro visto che conteneva la parte di materia (e che parte: la totalità dei Mondi materiali). 2°, che Dio, contenendo la materia in sé, non ha avuto bisogno di crearla, visto che esisteva già; non ha fatto altro che lasciarla uscire, e in questo caso, la creazione cessa di essere un atto di creazione vero e si riduce ad un atto di esteriorizzazione.
Nei due casi, non c’è creazione.

3 . Il Perfetto non Può Produrre l’Imperfetto

Sono convinto che se io ponessi ad un credente questo quesito: “L’imperfetto può produrre il perfetto?”, questo credente mi risponderebbe senza il minor timore di sbagliare: “L’imperfetto non può produrre il perfetto”.
Da questo presupposto io dico: “il perfetto non può produrre i’imperfetto” e io sostengo che la mia posizione possiede la stessa forza e la stessa esattezza della precedente, e per le stesse ragioni.
C’è di più: fra il perfetto e l’imperfetto non esiste assolutamente una differenza di grado, di quantità ma anche una differenza di qualità, di natura, di opposizione essenziale, fondamentale, irriducibile.
E ancora: fra il perfetto e l’imperfetto non c’è unicamente una differenza più o meno profonda e amplia, ma un abisso più vasto e più profondo che niente potrebbe colmarlo.
Il perfetto è assoluto, l’imperfetto è relativo: agli occhi del perfetto, che è tutto, il relativo, il contingente, non è nulla; agli occhi del perfetto, il relativo è senza valore, non esiste e non è alla portata di nessun matematico ne filosofo. Stabile una relazione – qualunque sia – fra il relativo e l’assoluto; a fortiori, quella relazione è impossibile quando si tratta di una relazione così rigorosa e precisa come quella che deve esistere necessariamente fra Causa ed Effetto.
È impossibile che il perfetto abbia determinato l’imperfetto.
Al contrario, esiste una relazione diretta, fatale e in un certo modo matematica, fra l’opera e l’autore di essa, lo stesso vale per l’operaio e la sua opera. È per l’opera che si riconosce l’operaio, come è per il frutto che si riconosce l’albero.
Se esamino una redazione mal fatta nella quale abbondano errori di francese, nella quale le frasi sono mal costruite, lo stile è povero e scomposto, nella quale le idee sono rare e banali, nella quale le conoscenze sono inesatte, non sarò mai tentato di attribuire questa pagina di francese ad un autore affermato di frasi, ad un maestro della letteratura.
Se dirigo lo sguardo su un disegno mal fatto, in cui le linee sono tracciate male, le regole della prospettiva e della proporzione violate, non attribuirò questa bozza rudimentale ad un professore, ad un maestro, ad un artista. Senza vacillare, dirò: l’opera di un alunno, di un apprendista, di un bambino; e sono sicuro di non commettere un errore, tanto è vero che l’opera porta la firma di un operaio e che, per l’opera, si può apprezzare l’autore di essa.
Quindi, la Natura è bella; l’Universo è magnifico e io ammiro appassionatamente, tanto quanto il primo, gli splendori, le magnificenze di quelle che ci offrono costante spettacolo. Senza dubbio, per entusiasta che io sia della bellezza della Natura e non importa l’importa l’omaggio che le tributi, non posso dire che l’Universo è un’opera senza difetti, ineccepibile, perfetta. E nessuno si avventurerebbe a sostenere questa opinione.
L’universo è un’opera imperfetta.
In conseguenza, dico io; c’è sempre fra l’opera e l’autore di essa una relazione rigorosa, stretta, matematica; quindi, l’Universo è un’opera imperfetta: l’autore di questa opera non può essere imperfetto.
Questo sillogismo conduce a porre in evidenza l’imperfezione del Dio dei credenti e, di conseguenza, a negarlo.
Posso ancora ragionare nella maniera seguente:
Non è Dio ad essere l’autore dell’Universo (esprimo così la mia convinzione)
Se persistete ad affermare che lui è l’autore dell’Universo, opera imperfetta, il vostro Dio stesso è imperfetto.
Sillogismo o dilemma, la conclusione, il ragionamento resto lo stesso:
Il perfetto non può determinare l’imperfetto.

4 . L’Essere Eterno, Attivo, Necessario, non Può in Nessun Momento Esser Stato Inattivo o Inutile

Se Dio esiste, è eterno, attivo e necessario.
Eterno? Lo è per definizione. Non lo si può concepire rinchiuso nei limiti del tempo; non lo si può immaginare avere un principio ed una fine. Non può apparire ne scomparire. Esiste da sempre.
Attivo? Lo è e non può smettere di esserlo, visto che la sua attività è quella che ha generato tutto, visto che la sua attività si è affermata, dicono i credenti, come l’atto più colossale, più maestoso:
La Creazione dei Mondi.
Necessario? Lo è e non può smettere di esserlo, visto che senza lui non esisterebbe nulla, visto che è l’autore di tutte le cose; visto che è la sorgente da cui tutto nasce; visto che è la fonte unica e prima di tutto ciò che ha luogo.
Visto che, solo, bastando a sé stesso, è dipeso dalla sua unica volontà che tutto sia e che nulla non sia. È lui: Eterno, Attivo e Necessario.
Ho la pretesa, e voglio dimostrarlo, che se è Eterno, Attivo e Necessario, deve essere eternamente attivo ed eternamente necessario; che di conseguenza non ha potuto, in alcun momento, essere inattivo o inutile; che, di conseguenza, alla fine, non è mai stato creato.
Dire che Dio non è eternamente attivo, è ammettere che non sempre lo è stato, che è arrivato ad esserlo, che ha iniziato ad essere attivo, che prima di esserlo, non lo era; e visto che è per la Creazione che se è manifestata la sua attività, questo è ammettere, allo stesso tempo, che durante i milioni di anni e milioni di secoli che hanno preceduto l’azione creatrice, Dio era inattivo.
Dire che Dio non è eternamente necessario, è ammettere che non lo è sempre stato, che è arrivato ad esserlo, che ha iniziato ad essere necessario, che prima di esserlo non lo era, e visto che è la creazione che proclama e attesta la necessità di Dio, questo è ammettere che, durante i milioni e milioni di secoli che hanno preceduto l’azione creatrice, Dio era inutile.
Dio inattivo e pigro!
Dio inutile e superfluo!
Che strano per l’Essere essenzialmente attivo ed essenzialmente necessario!
È preciso confessare, allora, che Dio è per tutto il tempo Attivo e necessario.
Ma dunque, lui non può aver creato, visto che l’idea di creazione implica, nel modo più assoluto, l’idea di principio, di origine. Una cosa che comincia non può essere esistita in tutti i tempi. Deve necessariamente aver avuto un tempo in cui, prima di essere, non era. Per lungo o breve che fosse questo tempo, che precede la cosa creata, niente può sopprimerlo; in ogni maniera, è.
Da ciò risulta che: Dio non è eternamente Attivo ed eternamente Necessario e, in questo caso, è arrivato ad esserlo per la creazione. Se non è così, erano una mancanza in Dio, prima della creazione, questi due attributi: l’attività e la necessità. Questo Dio era incompleto; era un pezzo di Dio, niente di più; e lui ha avuto necessità di creare per arrivare ad essere attivo e necessario, per completarsi.
Dio è eternamente attivo e necessario e, in questo caso, lui ha creato eternamente, le creazioni eterne; L’Universo non ha avuto mai inizio, esiste da tutto il tempo; è eterno come Dio; e lo stesso Dio e si confonde con lui.
Quindi: nel primo caso Dio, prima della creazione, non è ne attivo ne necessario, era incompleto, imperfetto e, allora, non esiste; nel secondo caso Dio, essendo eternamente attivo ed eternamente necessario, non ha potuto arrivare ad esserlo, e quindi, non ha potuto creare.
Se è così, l’Universo non ha avuto principio. Non è stato creato.

5. L'Essere immutabile non ha creato

Se Dio esiste, è immutabile. Non cambia, non può cambiare. Mentre in natura, tutto cambia, avvengono metamorfosi e trasformazioni; nulla è durevole e tutto si realizza. Dio, punto fisso, inamovibile nel tempo e nello spazio, non è soggetto a modifiche, non conosce, né può conoscere, il cambiamento.
Oggi è quello che era ieri; domani sarà quello che è oggi. Che si guardi Dio in lontananza e nei secoli sempre più remoti o futuri, è identico a se stesso continuamente.
Dio è immutabile.
Penso che se egli ha creato, non è immutabile, perché in questo caso, è cambiato due volte. Se desidera, significa che cambia; è chiaro che vi è un cambiamento tra l'essere che non desidera e un'essere che desidera.

Ad esempio: se io voglio oggi quel che non volevo 48 ore fa, significa che non c'erano le circostanze o i pressuposti per farmi dire che volevo quel qualcosa. Questo volere, costituisce una modifica; non c'è dubbio: è indiscutibile.
Parallelamente: determinarsi ad agire, significa modificare o cambiare.
E' anche vero che questa sia una doppia modifica: voler agire, è tanto più significativo e più marcato di quanto sia una risoluzione più grave e di un'azione importante.

Dici che Dio ha creato? E' cambiato due volte: prima, quando ha preso la decisione di creare, e dopo, quando ha posto in esecuzione la sua determinazione, completando il gesto della creazione.
Se è cambiato due volte, non è immutabile. E se non è immutabile, non è Dio. Non esiste.
L'essere immutabile non ha creato nulla.

6. Se Dio ha creato senza scopo e senza ragione, ha agito alla maniera di un pazzo e la creazione appare come un atto di follia.

Da qualunque lato si esamini, la creazione rimane inspiegabile, misteriosa, senza senso.

Se Dio ha creato il mondo, è impossibile ammettere che hai incontrato questo grandioso evento. E' una cosa ovvia. E le conseguenze di questa creazione, dovranno essere fatalmente proporzionali all'atto stesso, ovvero incalcolabile, senza che venga determinato a esso una ragione di prim'ordine.

Ebbene, che cos'è questo? Per quale motivo Dio ha potuto determinarsi fino a creare tutto ciò? Che motivo l'ha spinto? Che desiderio l'ha portato a fare ciò? Quale scopo ha avuto? Che fine si è proposto?
Moltiplicato, in questo ordine di idee, i problemi e le domande, si da un fondo al problema per esaminare ogni angolo; si esaminano tutti i suoi aspetti; esaminando tutto questo, io vedo di risolvere ciò in altra maniera senza racconti o sottigliezze.
Vediamo: ecco un bambino educato nella religione cristiana: ha fatto il catechismo, in cui i suoi maestri gli hanno insegnato che Dio lo ha creato e lo ha posto nel mondo.
Supponiamo che si ponga questa domanda: Perché Dio mi ha creato e mi ha messo al mondo? Ciò è indice di voler trovare una risposta seria e razionale, ma non la si può ottenere in un mondo del genere.
Supponiamo anche che, basandosi sull'esperienza e conoscenza degli educatori, persuaso della santità dei sacerdoti e dei pastori che sono rivestiti nel possedere particolari conoscenze e grazie speciali, convinti di essere vicini a Dio più di qualunque altro, questo bambino ponga la domanda detta prima: io dico che non possono dare una risposta soddisfacente e sensata a questa semplice domanda.

Perchè, come detto prima, non c'è.
Appuriamo la questione più da vicino, approfondendo il problema.
Per mezzo del pensiero, esaminiamo Dio prima della creazione. Prendiamolo in senso assoluto. Lui è solo. Basta a sè stesso. E' perfettamente saggio, perfettamente felice, perfettamente potente. Nulla può aumentare la sua sapienza, non può aumentare la propria felicità, non può fortificare il proprio potere.

Questo Dio non può provare alcun desiderio, perché la sua felicità è infinita; non può perseguire nulla, dal momento che non manca nulla dalla sua perfezione; non può avere qualsiasi scopo, dal momento che nulla può diminuire il suo potere; non può essere determinato a volere, in quanto non sperimenta necessità alcuna.
Andiamo! Filosofi profondi e pensatori sottili, teologi, di prestigio, rispondono a questo bambino che gli chiede perchè Dio lo ha creato e lo ha messo al mondo!
Sono abbastanza tranquillo: non si può rispondere. A meno che non rispondano così: "I disegni di Dio sono impenetrabili", e non si dà nessuna risposta sufficiente.
E prudentemente, si asterranno dal rispondere, perché ogni risposta, sarà la rovina del vostro sistema di credere in Dio.
La conclusione è inevitabile, inesorabilmente logica: Dio, se ha creato, ha creato senza motivo, senza sapere il perchè, senza uno scopo vero e proprio.

Sapete compagni a che conseguenze ci portano questa conclusione?
Andiamo a vederlo.
Ciò che differenzia le azioni di un uomo dotato di raziocinio dagli atti di un uomo attaccato alla demenza, è quello che rende unico e responsabile il primo al contrario dell'altro, ovvero che il primo è un uomo sano di mente che sa sempre, in tutti i casi è possibile vale a dire, quando lavora, quali sono i motivi che lo hanno spinto ad agire così. Quando si tratta di un'azione importante e le cui conseguenze possono compromettere pesantemente la propria responsabilità, l'uomo in possesso della ragione si ritira in se stesso; si libera grazie ad un serio esame di coscienza -persistente e imparziale-, che ricostruisce con la memoria gli eventi in cui si è bloccato e lo stava portando ad un'azione del genere; in una sola parola, ha rivissuto l'ora trascorsa e per cui può discernere il meccanismo dei movimenti che ha fatto.

Non è sempre orgoglioso dei movimenti che lo hanno guidato. Arrossisce spesso per le ragioni che hanno determinato ad agire in quel modo. Ma queste ragioni, che siano nobili o vili, generosi o basse, verranno sempre scoperte.
Un pazzo, al contrario, agisce senza sapere il perchè. Al suo atto compiuto, anche il più carico di conseguenze, verranno fatte delle domande insistenti. Ma il povero demente balbetterà qualche pazzia e non gli darà nessuna spiegazione alle sue incongruenze.
Ciò che differenzia le azioni di un uomo sensato da uno insensato sono che gli atti del primo si spiegano ed hanno una ragione di essere, oltre a distinguere la causa e l'obiettivo, l'origine e la fine, mentre gli atti del secondo non hanno una ragione plausibile ed egli è incapace di discernere la causa e l'obiettivo; non tiene nessuna ragione.
Quindi: Se Dio ha creato senza scopo e senza ragione, ha agito alla maniera di un pazzo e la creazione appare come un atto di follia.

Due obiezioni Capitali.
Per finire con il Dio della creazione, appare essenziale considerare due obiezioni.
Voi pensate che le obiezioni abbondano anche qui; quando parlo di obiezioni da studiare, parlo di obiezioni capitali, classiche.
Queste due obiezioni sono importanti, in quanto, con l'abitudine della discussione, è possibile condensare tutti gli altri in essi.

Prima Obiezione
Se mi si dice:
"Come fai te, non hai il diritto di parlare di Dio. Voi ci presentate un Dio caricaturale, che sminuite sistematicamente dalle proporzioni. Questo Dio non è il nostra. Il nostro non si può concepire, perchè egli è al di là di voi. Voi sapete che quello che sembra una favola all'uomo più forte, più potente -in forza ed energia-, in sapienza e conoscenza, per Dio non è altro che un gioco per bambini. Non dimenticate che l'umanità non può muoversi nello stesso piano come fa il Divino. Non perdete di vista che è impossibile per l'uomo comprendere l'agire di Dio, in quanto è impossibile ai minerali immaginare l'agire che prendono gli animali, così come è impossibile agli animali comprendere il modo di agire degli uomini.

Dio si innalza ad altezze che non si possono raggiungere: occupa cime che ci sono e che saranno sempre inaccessibili.

Conoscete anche voi la straordinaria magnificenza che è l'intelligenza umana: ma per quanto grande siano gli sforzi di questa intelligenza, indipendentemente dalla persistenza di questo sforzo, la mente umana non può mai salire fino a Dio. In breve, il cervello umano è finito e, pertanto, non può concepire l'infinito.
Abbiate voi la modestia e la lealtà di confessare che è impossibile capire o spiegare Dio. Ma il fatto che non lo puoi capire, o spiegare, non indica che si ha il diritto di negare."

E io rispondo ai deisti:
Signori, mi date dei consigli di lealtà ai quali sono disposto ad aggiustare. Mi ricordate la legittima modestia che si conviene all'umile mortale quale io sono. Sono felice di non avere essa.
Dite che Dio è al di là di me, che mi sfugge? Okay, lo ammetto e lo riconosco; affermo io stesso che il finito non può concepire né esplicare il desiderio di oppormi a esso. Finora sono completamente d'accordo e spero che sarete felici.

Solo che, cari signori, dovete permettermi che io do lo stesso consiglio di lealtà a voi, oltre che consigliarvi la stessa modestia. Non siete voi degli uomini come sono io? Dio non sfugge a voi come sfugge a me? Non sorpassa anche voi come sorpassa me? Voi avete la pretesa di dire che vi muovete nello stesso piano della divinità? Voi avete la volontà di pensare delle stupidate nel salire fino alla cima che Dio occupa? Non sarete voi dei presuntuosi al punto da affermare che la vostra intelligenza finita possa estendersi a qualcosa di infinito?

Signori, io non vi insulto se dico che credete a queste stravaganti vanità.
Abbiate anche voi la lealtà e la modestia di confessare che se io non riesco a capire e spiegare Dio, per voi è la stessa cosa.
Se io non posso negare l'esistenza di Dio, per l'impossibilità in cui mi trovo, abbiate l'onestà di riconoscere che anche per voi è così.

E voi fate attenzione a credere che siamo insieme nello stesso luogo. Voi siete i primi a sostenere l'esistenza di Dio, perciò siete i primi a porre fine alle sue affermazioni.
Avrei mai pensato di negare Dio se, quando ero ancora un bambino, non mi fosse stato imposto il credere in lui?
Avrei mai pensato di negare Dio se, quando sono diventato un adulto, non avessi sentito il suo nome pronunciato ovunque?
Avrei mai pensato di negare Dio vedendo chiese e templi eretti e dedicati a Dio? Sono le vostre affermazioni che provocano e giustificano le mie negazioni
Le vostre dichiarazioni provocano e giustificano il mio rifiuto.
Cessate di affermare la sua esistenza? E io smetterò di negare!

Non c'è effetto senza causa
La seconda obiezione sembra molto più spaventosa. Molti la considerano anche senza replica. Essa è formulata da filosofi spiritualisti.
Questi signori ci dicono in maniera sentenziosa: "Non c'è effetto senza causa, quindi l'universo è un effetto. Questo effetto ha una causa che noi chiamiamo Dio".
L'argomento è ben presentato, sembra ben costruito, apparentemente ben argomentato.

Ma tutto dipende dal comprovare se questa affermazione è vera o meno.
Questo ragionamento è quello che, in logica, viene chiamato sillogismo. Un sillogismo è un argomento costituito da tre proposizioni: la maggiore, la minore e la conseguenza, e comprende due parti: le premesse, costituite dalle prime due proposizioni, e la conclusione, rappresentata dalla terza proposizione.
Affinché un sillogismo sia inattaccabile, vi deve essere il seguente schema:
1° le proposizioni maggiori e minori siano esatte
2° la proposizione finale risulti, logicamente, dalle prime due.

Se il sillogismo dei filosofi spiritualisti soddisfa queste due condizioni, è inconfutabile; ma se manca una di queste due condizioni, è nulla, e l'argomento crolla del tutto.

Per conoscere il valore, esamineremo le tre proposizioni che lo compongono:

Prima proposizione, quella maggiore:
"Non c'è effetto senza causa."
I filosofi hanno ragione. Non c'è effetto senza causa, nulla è così preciso. No, non ci può essere alcun effetto senza causa. L'effetto è il risultato, la continuazione, la finalità della causa: l'idea dell'effetto chiama necessariamente ed immediatamente l'idea della causa. Se così non fosse, l'effetto senza causa avrebbe un effetto nullo, il ché sarebbe assurdo.
In questa prima proposizione, siamo d'accordo.

Seconda proposizione, quella minore
"L'universo è un effetto."
Ah! In questo momento, chiedo tempo per riflettere e chiedo delle spiegazioni: Sopra cosa si appoggia questa affermazione tanto chiara e forte? Qual è il fenomeno o la serie di fenomeni -che può essere una scoperta o una serie di risultati- da permettere di pronunciarsi con un tono così categorico?

Prima di tutto, conosciamo l'Universo? L'abbiamo studiato, scrutato, registrato, capito tanto da dare un'affermazione del genere? Siamo penetrati in lui? Abbiamo esplorato gli spazi incommensurabili? Siamo discesi nelle profondità degli oceani? Abbiamo scalato tutte le vette? Conosciamo tutte le cose che appartengono al dominio dell'universo? Ci ha svelato tutti i suoi segreti? Abbiamo alzato tutti i veli, penetrato tutti i misteri, trovati tutti gli enigmi? Abbiamo visto tutto, tutto ciò, ascoltato tutto, toccato tutto, sentito tutto, gustato tutto, annotato tutto? Non abbiamo imparato più nulla? Non c'è rimasto niente da scoprire?
In breve, siamo nelle condizioni di emettere un parere sull'Universo ovvero un'opinione formale, un giudizio definitivo, una sentenza inoppugnabile?

Nessuno può rispondere sì a tutte queste domande e sarebbe profondamente da rammaricare qualora lo facesse, in quanto risulterebbe un pazzo che ha osato affermare di conoscere l'universo.

L'Universo! Cioè, non solo il minuscolo pianeta che abitiamo e che trascina le nostre miserabili ossa; non solo i milioni di stelle e pianeti che conosciamo, che fanno parte del nostro sistema solare, e che scopriremo col passare del tempo, ma anche dei mondi di cui non sappiamo o possiamo immaginare l'esistenza e il cui numero, la distanza e l'estensioni sono incalcolabili.

Se io dico: "L'universo è una causa", ho la certezza di innescare spontaneamente le urla e le proteste dei credenti; eppure la mia dichiarazione non sarebbe più stupida della sua.

Ma temo ugualmente la loro temerarietà.

Se guardo l'universo, se l'osservo tanto quanto viene consentito ad uomo di oggi -con le conoscenze acquisite-, lo troverò incredibilmente complesso e denso, con un colossale ed inestricabile legame tra cause ed effetti che si determinano, si incatenano, si succedono, si raggiungo e si penetrano. Percepisco il tutto come la forma di una catena senza fine, i cui anelli sono indissolubilmente legati e noto che ciascuno di questi anelli è sia la causa che l'effetto: l'effetto della causa che lo determina; la causa dell'effetto che ne consegue.

Chi può dire: "Ecco il primo anello, l'anello della causa"? E chi può dire: "Qui è l'ultimo anello"? E chi può dire: "Non vi è necessariamente una causa primaria nemmeno un effetto ultimo..."?

La seconda proposizione: "L'universo è un effetto", è fallace, quindi, come conditio sine qua vi deve essere l'esattezza.

Di conseguenza, il famoso sillogismo non vale nulla.

Aggiungo che anche nel caso in cui questa seconda proposizione fosse corretta, manca l'impostazione affinche la conclusione sia accettabile, ovvero che l'universo è l'effetto di una causa unica, di una causa primaria, della causa delle cause, di una causa senza causa, della causa eterna.

Spero, senza impazienza, senza preoccupazione, a questa dimostrazione. Si tratta di cose che sono state provate molte volte e che mai sono state fatte in maniera ufficiale. Si può tranquillamente affermare che la temerarietà non sarà mai stabilita seriamente, positivamente, scientificamente.

Aggiungo, infine, che nel caso in cui tutto il sillogismo fosse completamente irreprensibile, sarebbe più facile girare contro la tesi del Dio Creatore per la mia dimostrazione.

Proviamo: Non c'è effetto senza causa? Si. L'universo è un effetto? Si. Quindi questo effetto ha una causa, e questa causa è ciò che chiamiamo Dio? Di nuovo, si.

Non abbiate fretta a rallegrarvi deisti, e ascoltatemi:
Se è chiaro che non vi è alcun effetto senza causa, è altresì chiaro che non vi è nessuna causa senza effetto. No, non ci può essere la causa senza effetto. Chi dice causa, dice effetto; l'idea della causa implica necessariamente e chiama immediatamente all'idea dell'effetto; se così non fosse, la causa senza effetto sarà una causa del niente. E ciò sarebbe assurdo come l'effetto del niente. Pertanto, si comprende bene che non esistono cause senza effetti.

Voi dite che l'universo è un effetto perchè tiene Dio come causa. Dovreste dire, quindi, che il Dio-causa tiene per effetto l'universo.

È impossibile separare l'effetto della causa, ma è altrettanto impossibile separare la causa dall'effetto.
Voi affermate che Dio, come causa, è eterno. Da questo deduco che l'Universo-effetto è ugualmente eterno, perché, inevitabilmente, ad una causa eterna corrisponde un effetto eterno.

Quindi, se fosse di un'altra forma, l'universo sarebbe nato migliaia e migliaia di secoli fa, nel quale vi sarebbe stato Dio come causa ma senza effetto: ma ciò è impossibile, in quanto la causa del niente è assurda.
Di conseguenza, essendo Dio eterno, l'universo lo è anche; e se lo è, l'universo non è mai cominciato e non è mai stato creato.


7.  Il governatore nega il Creatore

Ci sono quelli -e che sono una moltitudine- che si ostinano nel credere. Concepire che, nonostante tutto, si possa credere nell'esistenza di un creatore perfetto e nell'esistenza di un governatore necessario, mi sembra impossibile credere in maniera ragionevole dell'uno e dell'altro allo stesso tempo. Questi due esseri perfetti si escludono categoricamente: l'affermare dell'uno è la negazione dell'altro; proclamare la perfezione del primo, significa confessare l'inutilità del secondo; proclamare la necessità del secondo, significa negare la perfezione del primo.

In altre parole, si può credere nella perfezione dell'uno o nella necessità dell'altro, ma non è ragionevole credere nella perfezione di entrambi.

Se l'universo creato da Dio è stato un lavoro perfetto; se, nel suo complesso e nei minimi dettagli, questo lavoro non avrebbe avuto difetti; se il meccanismo di questa gigantesca creazione era stata irreprensibile; se il suo movimento sarebbe sembrato così perfetto, avrebbe impedito qualsiasi timore di squilibrio e danno; se, in parole povere, il lavoro sarebbe degno di questo artista incomparabile di nome Dio, la necessità di un governatore non si farebbe sentire in alcun modo.

Una volta che il primo colpo è stato dato, una volta che la macchina formidabile viene messa in moto, l'unica cosa da fare sarebbe stata quella di lasciare questo lavoro a se stesso, senza paura di possibili incidenti. Quale potrebbe essere l'uso di questo ingegnere, di questo meccanico, il cui compito è quello di guardare, di dirigere questa macchina e di intervenire per le riparazioni e correzioni dopo che è stata messa in moto? L'ingegnere sarebbe stato inutile e il meccanico superfluo. Pertanto, in questo caso, non avremmo avuto nessun Governatore. Se il Governatore esiste, è perché la sua presenza, la sua vigilanza e il suo intervento sono indispensabili. La necessità di un governatore è una sfida e un insulto al Creatore: il suo intervento mostra la goffaggine, l'incapacità e l'impotenza del Creatore.
Il governatore nega la perfezione del Creatore.

8. La molteplicità di Dio è la prova che non esiste.

Il Dio-Governatore è e deve essere potente e giusto: infinitamente potente e infinitamente giusto. Noi partiamo dal presupposto che la molteplicità delle religioni dimostra che egli è carente sia di potenza che di giustizia. Mettiamo da parte gli dei defunti, i culti aboliti, le religioni estinte che si contano a migliaia. Cerchiamo di preoccuparci solo delle religioni esistenti. Secondo i calcoli più affidabili, ci sono oggi 800 diverse religioni, che dominano 1.600 milioni di coscienze che vivono sul nostro pianeta.

E' indubbio che ognuna di queste religioni rivendica per sé il diritto di rappresentare e di possedere l'unico vero autentico Dio, e che il resto degli Dei sono falsi, ridicoli e che meritano di essere doverosamente combattuti e distrutti. Dovremo aggiungere che se invece di 800 religioni, ci fossero solo 10 o anche due religioni, la nostra tesi avrebbe sempre valore. Ripetiamo, quindi, che la molteplicità degli Dei, prova l'esistenza di nessuno, perché attesta che a Dio manca la potenza e la giustizia. Un potente Dio avrebbe potuto parlare a tutti con la stessa facilità di pochi; avrebbe potuto rivelare a tutti invece che a pochi, senza alcuno sforzo aggiuntivo.

Un uomo, per quanto potente, può rivelarsi solo ad un numero limitato di persone; le sue corde vocali hanno solo una limitata forza. Ma Dio ...? Dio può parlare ad una moltitudine con la stessa facilità con cui può parlare ad un piccolo gruppo. Quando la voce di Dio si erge alta, il suo eco può e deve risuonare nel corso dei quattro punti cardinali. La parola di Dio ignora la distanza e gli ostacoli, attraversa gli oceani, ascende le cime e sorpassa gli spazi senza ombra di difficoltà. Dal momento che ha scelto -come la Religione afferma- di parlare all'umanità, a rivelarsi, a confidare i suoi piani per loro, a indicare la sua volontà e lasciare che le sue leggi siano conosciute, ha potuto parlare a tutti loro piuttosto che ad una manciata di privilegiati. Il fatto che alcuni negano e ignorano lui o altri che si oppongono a lui con gli Dei rivali, indica che Egli non ha mai fatto ciò. Non è saggio, date le circostanze, pensare che Dio non ha mai parlato con nessuno e che le suoi molteplici e presunte rivelazioni non siano altro che molteplici imposture?

O che se Dio parlava solo ad alcuni, era perché non poteva parlare a tutti?
Stando così le cose, io lo accuso di impotenza; e se questa accusa non è possibile applicarla, io l'accuso di ingiustizia.

In effetti, che cosa pensi di questo Dio che si rivela per alcuni e allo stesso tempo si nasconde dagli altri? Cosa pensereste di questo Dio che parla ad alcuni e rimane in silenzio verso gli altri? Non dimentichiamo che i suoi rappresentanti affermano che Egli è il Padre e che tutti noi, senza discriminazioni, siamo i figli prediletti di questo Padre che regna nei cieli.

Cosa pensereste, allora, di questo Padre che libera teneramente alcuni privilegiati dalle angosce del dubbio e, allo stesso, tortura e condanna l'immensa maggioranza all'esitazione e all'incertezza? Cosa pensereste di questo Padre che ad alcuni dei suoi figli si rivela nel pieno splendore scintillante di Sua Maestà e agli altri li circonda nel buio più completo? Cosa pensereste di questo Padre che, pur esigendo adorazione, venerazione e adorazione da tutti i suoi figli, permette solo a pochi eletti di capire le parole di verità e si rifiuta di farlo agli altri suoi figli? Se dite che un tale padre è buono ed è unico, non mi si rimproveri se ho un parere diverso.

Le molteplici religioni proclamano che Dio manca di potenza e di giustizia. D'altra parte, secondo i credenti, Dio deve essere infinitamente giusto e potente. Se uno di questi due attributi manca, Dio non è perfetto. Se Dio non è perfetto, Egli non esiste. La molteplicità degli Dei dimostra che non esiste.

9. Dio non è infinitamente buono: l'inferno lo prova.

Il Dio-Governatore o Provvidenza è e deve essere infinitamente buono, infinitamente misericordioso.
L'esistenza dell'inferno dimostra che non lo è.
Seguite bene il ragionamento: Dio poteva, dal momento che è onnipotente, crearci buoni tutti quanti; ha creato buoni e cattivi. Dio poteva, dal momento che egli è buono, ammettere tutti quanti nel paradiso dopo la nostra morte, accontentandosi delle prove e delle tribolazioni che scontiamo sulla terra.

Dio poteva infine, perchè egli è giusto, non ammettere nel suo paradiso che i buoni e ricusarne l'entrata ai perversi, ma distruggere quest'ultimi alla loro morte piuttosto che votarli all'inferno. Giacché colui che può creare, può anche distruggere, chi ha potere di dare la vita ha pure quella di toglierla. Vediamo: voi non siete Dei. Voi non siete né infinitamente buoni né infinitamente misericordiosi. Io ho tuttavia la certezza, senza attribuirvi le virtù che voi forse non possedete, che ove fosse in poter vostro -e non vi avesse a costare, né uno sforzo penoso, né uno svantaggio morale- d'evitare, in queste condizioni, ad uno dei vostri fratelli in umanità una lacrima, un dolore, una prova, voi altri glieli risparmiereste.
E tuttavia non siete né infinitamente buoni né infinitamente misericordiosi, voi altri! Sareste voi migliori e più misericordiosi dell'Iddio dei cristiani? Perchè, dopo tutto, l'Inferno esiste. La Chiesa lo insegna: è l'orrenda visione con cui si atteriscono i bambini, i vecchi, le anime pavide; è lo spettro che si evoca al letto degli agonizzanti nell'ora in cui l'appressarsi della morte toglie ad essi ogni lucidità ed ogni energia.

Ebbene il Dio dei cristiani, quello che si dice essere l'Iddio della pietà, del perdono, dell'indulgenza, della bontà, della misericordia, precipita -per sempre- una parte dei suoi figli in questo soggiorno irto di torture crudeli e dì'ineffabili supplizi. Quanto è buono! Quanto è misericordioso!

Voi conoscete la parola della scrittura: "Molti saranno i chiamati, pochi gli eletti!" Se io non m'inganno, la parola vuol dire che infimo sarà il numero degli eletti, considerevole quello dei dannati. E' di tanta crudeltà e così mostruosa l'affermazione, che si è cercato di darle altro significato.
Poco importa, l'inferno esiste ed è evidente che dannati -in grande o piccolo numero- vi soffriranno i tormenti più atroci. Domandiamoci a chi possano le torture dei dannati profittare. Agli eletti?
Evidentemente no. Per definizione gli eletti saranno i giusti, i virtuosi, i buoni che amano ed indulgono, e non si potrebbe supporre che la loro felicità inesprimibile possa accrescersi nelo spettacolo dei fratelli tormentati. Ai dannati stessi? Neppure; poichè la Chiesa afferma che il supplizio dei disgraziati non finirà mai e che, durante miliardi e miliardi di secoli, i loro tormenti saranno intollerabili quando nel primo giorno. E allora?

Allora, all'infuori degli eletti e dei dannati non v'è che Dio, non può esservi che lui. A Dio dunque sarebbero le sofferenze dei dannati profittevoli? Sarebbe cotesto padre infinitamente buono, infinitamente misericordioso a pascersi sadicamente dell'angoscia a cui avrebbe volontariamente sacrificato i propri figli? Oh! ma se così fosse, cotesto Dio m'apparirebbe il boia più feroce, il torturatore più implacabile che si possa immaginare. L'inferno testimonia che Dio non è né buono né misericordioso. L'esistenza d'un Dio di bontà è incompatibile coll'esistenza dell'inferno.
O non v'è l'inferno, o Dio non è infinitamente buono.

10. Il problema del male.

Il problema del male mi da il quarto ed ultimo argomento contro il Dio-governatore e nel contempo la mia prima argomentazione contro il Dio-giustiziere.
Io non dico che l'esistenza del male fisico, del male morale sia incompatibile con l'esistenza di Dio; io dico che è incompatibile con l'esistenza di un Dio infinitamente potente, infinitamente buono.
Il ragionamento è noto, non fosse che per le numerose confutazioni -sempre sterili del resto- che gli sono opposte. Si fa risalire ad Epicuro; ha dunque più di venti secoli d'esistenza.
Eccolo qui: il male esiste; tutti gli esseri sensibili conoscono il dolore, Dio che sa tutto non lo può ignorare. Ed allora delle due l'una:
O Dio vorrebbe sopprimere il male e non lo può sopprimere;
O Dio vorrebbe sopprimere il male e non lo vuole sopprimere.

Nel primo caso, Dio vorrebbe sopprimere il male; è buono, compatisce le nostre pene -che ci dilaniano-, ai mali che soffriamo. Oh, se non dipendesse che da lui! Il male sarebbe sbaragliato e la gioia rallegrebbe la terra.
Ancora una volta, egli è buono; ma non può sopprimere il male. Ed allora non è onnipotente.
Nel secondo caso, Dio potrebbe sopprimere il male. Gli basterebbe semplicemente volere che il male sia abolito; è onnipotente ma non vuole sopprimerlo. Ed allora non è infinitamente buono. Qui egli è potente, ma non buono; là è buono, ma non è potente.

Ora, perchè Dio ci sia, non basta che egli possegga una delle due perfezioni: la potenza o la bontà; è indispensabile che le abbia tutte e due.
Questo ragionamento non è mai stato confutato. Intendiamoci bene: io non dico che non si sia cercato mai di confutarlo, dico che non si è riusciti mai a batterlo. Il saggio più conosciuto di confutazione è questo:
"Voi ponete in termini assolutamente erronei il problema del male; ed a torto ne rendete responsabile Iddio. Certo, il male è, innegabimente; ma bisogna chiamare responsabile l'uomo. Dio non ha voluto che l'uomo fosse un'automa, una macchina, che agisce fatalmente. Creandolo gli ha dato la libertà; ne ha fatto un essere interamente libero; della libertà che gli ha largito generosamente gli ha lasciato la facoltà di fare, in ogni circostanza, l'uso che più gli piace; e se piace all'uomo, in luogo di farne un uso saggio e nobile se piace all'uomo, in luogo di farne un uso saggio e nobile, sciuparla in modo odioso e criminale, non bisogna accusare Dio -che sarebbe ingiusto. Equità vuole che se ne accusi l'uomo."

Eccovi l'obiezione, è classica. Che cosa vale? Nulla. Mi spiego:
Distinguiamo innanzittutto il male fisico dal male morale. Male fisico sono la malattia, la sofferenza, l'accidente, la vecchiaia col suo corteo di morbosità e di infermità, la morte, la perdità crudele di coloro che amiamo. Bambini nascono che muoiono qualche giorno dopo, senza avere altro conosciuto se non il dolore; v'è una folla di esseri umani per l'esistenza non è che una lunga catena di dolori e di afflizioni tanto che sarebbe stato assai meglio che non fossero mai nati; nel dominio della natura sono il male, i flagelli, i cataclismi, gl'incendi, la siccità, la fame, le inondazioni, le tempeste, tutta la somma delle tragiche fatalità che si enumerano con lo spasimo e con la morte. Chi oserebbe dire che di questo male fisico l'uomo debba essere tenuto responsabile?
Chi non comprende che se Dio ha creato l'Universro, che se lo ha dotato delle leggi formidabili che lo governano, e che se il male fisico è l'insieme delle fatalità che risultano dal gioco normale delle forze della natura, l'autore responsabile di queste calamità è in tutta certezza colui che ha creato l'Universo, colui che lo governa?
Suppongo che su questo punto non sia possibile contestazione. Dio che governa l'Universo è dunque responsabile del male fisico. Tanto basterebbe, e la mia risposta potrebbe anche non andare più in là.

Ma io pretendo che il male morale è imputabile, allo stesso titolo che il male fisico, a Dio, giacchè se egli esiste, ha presediuto all'organizzazione del mondo morale come a quella del mondo fisico e, di conseguenza, l'uomo vittima del male morale come dal male fisico non è più responsabile dell'uno che dell'altro.

Ma debbo riallacciare quanto ho a dire sul male morale alla terza e ultima serie dei miei argomenti.

11. Irresponsabile, l'uomo non può essere punito né ricompensato.

Che cosa siamo noi?
Abbiamo noi presediuto  alle condizioni della nostra nascita? Siamo stati noi consultati sulla semplice questione se ci piacesse di nascere? Siamo noi stati chiamati a fissare il nostro destino? Abbiamo, anche in un solo punto, avuto voce in capitolo?

Se avessimo avuto voce in capitolo noi ci saremmo, fin dalla culla, gratificati di tutti i benefici: salute, bellezza, intelligenza, coraggio, bontà, etc. Ciascuno avrebbe in se riassunto tutte le perfezioni, sarebbe stato una specie di Dio in miniatura.

Che cosa siamo noi?
Siamo quello che abbiamo voluto essere? Certamente no. Data l'ipotesi: Dio -perchè egli ci ha creati- noi siamo quello che egli volle fossimo.
Dio, che è libero, avrebbe potuto non crearci.
Dio, che è buono, avrebbe potuto crearci meno perversi.
Dio, che è onnipotente, avrebbe potuto crearci virtuosi, gagliardi, eccellenti; avrebbe potuto colmarci di tutti i doni fisici, intellettuali, morali.

Per la terza volta chiedo: chi siamo noi?
Noi siamo quello che Dio ha voluto che fossimo: ci ha creati come gli è piaciuto, a suo capriccio.
Non v'è risposta più adeguata alla domanda "chi siamo noi?" se si ammette che Dio esiste e che noi siamo le sue creature. Dio ci ha dato i sensi e le facoltà intellettive, la sensibilità, i mezzi di comprendere, di sentire, di ragionare, di agire. Ha preveduto i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre passioni, le nostre tenerezze, le nostre aspirazioni. Tutta la macchina umana è quella che egli volle fosse. Ha concepito, regolato in ogni sua parte l'ambiente in cui ci muoviamo; ha preparato le circostanze che, ad ogni istante, assaliranno la nostra volontà e determineranno le nostre azioni. Dinanzi a Dio formidabilmente armato, l'uomo è irresponsabile.
Colui che non è sotto la dipendenza di alcuno è interamente libero; colui che è un poco sotto la dipendenza di un altro è un poco schiavo, ed è libero per la differenza; colui che è moolto sotto l'altrui dipendenza, è molto schiavo, e non è libero che per il rimanente; infine colui che è completamente sotto la dipendenza di un altro, è completamente schiavo e non gode di alcuna libertà.
Se Dio esiste, l'uomo in rapporto a Dio è in quest'ultima condizione, nella condizione dello schiavo, e la sua schiavitù sarà tanto più completa quanto maggiore sarà la distanza tra se ed il padrone.
Se Dio esiste, egli solo conosce, può, vuole; egli solo è libero; l'uomo non sa nulla, non può nulla, non vuole nulla, e la sua dipendenza è assoluta.
Se Dio esiste, egli è tutto, l'uomo è niente.
L'uomo tenuto in tale schiavitù, posto sotto la dipendenza piena ed intera di Dio, non può avere responsabilità alcuna. E se egli è irresponsabile non può essere giudicato.
Ogni giudizio implica una pena ed una ricompensa; gli atti di un essere irresponsabile non avendo alcun valore morale, sfuggono ad ogni sanzione.
Gli atti di un'irresponsabile possono essere utili o dannosi; moralmente, non sono né buoni né cattivi, né meritori, né reprensibili; non potrebbero, equamente, essere premiati o castigati.
Erigendosi a giustiziere, castigando o ricompensando l'uomo irresponsabile, Dio è soltanto l'usurpatore, si arroga un diritto arbitrario usandone in ispregio d'ogni giustizia.
Da quando sopra è detto, conchiudo:
a) Che la responsabilità del male morale, come quella del male fisico, è da imputarsi a Dio;
b) Che Dio è un giustiziere indegno, dal momento che l'uomo, irresponsabile, non può essere né premiato né punito.

12. Dio infrange le regole fondamentali.

Ammettiamo per un momento che l'uomo sia irresponsabile e noi vederemo che, pure in questa iptesi, la giustizia divina violi ogni regola fondamentale dell'equità.
Se si ammette che la pratica della giustizia non saprebbe esercitarsi senza una sanzione, e che il magistrato ha per ufficio di fissare tale sanzione, vi è una regola sulla quale il sentimento si trova e deve trovarsi unanime: "allo stesso modo che vi è una scala del merito e della colpabilità, vi dev'essere una scala delle ricompense e dei castighi."
Posto questo principio, sarà magistrato quello che meglio praticherà la giustizia, che proporzionerà più esattamente la ricompensa al merito, il castigo alla colpa; ed il magistrato ideale, impeccabile, perfetto, sarà quello che fisserà un rapporto di matematico rigore tra l'atto e la sanzione.
Penso che questa regola elementare di giustizia possa essere accettata da tutti.
Ebbene, Dio, col cielo e con l'inferno, disconosce questa regola e la infrange. Quale sia il merito dell'uomo, esso -come l'uomo stesso- è limitato; e tuttavia la sanzione della ricompensa: il cielo, è senza confini non fosse che pel carattere della sua perpetuità.
Quale sia la colpa dell'uomo, essa è -come l'uomo stesso-, limitata; e, tuttavia, la sanzione del castigo: l'inferno è senza limiti, non fosse che per suo carattere di perpetuità.
Vi è dunque sproporzione tra il merito e la ricompensa, sproporzione tra la colpa ed il castico; sproporzione ovunque.
Dio infrange le norme fondamentali dell'equità.
La mia tesi è finita: non mi resta che riassumere e concludere.

Ricapitolazione.

Vi avevo promesso una dimostrazione serrata, sostanziale, decisiva dell'inesistenza di Dio. Credo di poter dire di aver tenuto la promessa.
Non dimenticare che io non mi sono proposto di darvi un sistema dell'Universo per cui si rendesse inutile ogni ricorso all'ipotesi d'una forza soprannaturale, d'una energia o d'una potenza estramondiale, d'un principio superiore od anteriore all'universo.
Ho avuto la lealtà, e dovevo averla, di prevenirvi che, così posto, il problema, allo stato attuale delle conoscenze umane, non comporta soluzione definitiva e che la sola attitudine degna di spiriti ragionevoli e riflessivi è l'attesa. L'iddio di cui ho voluto, di cui sono riuscito, posso dirlo, a stabilire l'impossibilità è il Dio delle religioni, il Dio  creatore, il Dio governatore e giustiziere, il Dio infinitamente saggio, potente, giusto, buono, che le chiese millantano di rappresentare sulla terra, e tentano d'imporre alla nostra venerazione.
Non v'è e non vi può essere equivoco: questo iddio lo nego, e se si vuole utilmente discutere, questo iddio bisognerò difendere dai miei attacchi. Ogni discussione su diverso terreno -ve ne prevengo, perchè dovete stare in guardia contro le insidie del nemico- ogni discussione su diverso terreno sarà una diversione, sarà per soprassello la prova che l'iddio delle religioni non può essere né difeso né giustificato. Ho provato che come creatore è inammissibile, imperfetto, inspiegabile; ho stabilito che come governatore sarebbe inutile, impotente, crudele, odioso, dispotico; ho dimostrato che, giustiziere, sarebbe magistrato indegno, violatore di ogni norma essernziale della più elementare equità.

Conclusione
Tale è tuttavia l'iddio che da tempo immemorabile si è insegnato e si insegna ai giorni nostri ancora ad una moltitudine di fanciulli, di famiglie, di scuole.
Quanti delitti commessi nel suo nome!
Quanti odii, quante guerre, quante calamità si sferrano dai suoi vicari!
Di quante angosce è stata la fonte, e quante sciagure genera tutto dì!
Da secoli la religione tiene l'umanità reclinata sotto la paura, abbruttita dalla superstizione, prostrata nella rassegnazione.
Non si leverà dunque mai il giorno in cui, cessando di credere nella giustizia eterna, nei suoi fantastici decreti, nelle sue problematiche riparazioni, gli umani lavoreranno con ardore inesausto a l'avvenimento, sulla terra, d'una giustizia immediatamente positiva e fraterna?
Non scoccherà mai l'ora in cui, smaliziati delle consolazioni e delle speranze fallaci che ad essi bisbiglia la credenza nel paradiso compensatore, gli uomini faranno del pianete un eden d'abbondanza, di pace, di libertà, le cui porte siano a tutti egualmente spalancate?
Troppo a lungo, il contratto sociale, si è ispirato ad un iddio senza giustizia; è tempo che si ispiri ad una giustizia senza Dio; troppo a lungo i rapporti tra le nazioni e gli individui sono discesi ad un iddio senza filosofia; è tempo che procedano da una filosofia senza Dio. Da secoli, monarchi, governi, caste, chiese, conduttori di popoli, direttori di coscienze, trattano l'umanità come armento vile, buono tutt'al più per essere tosato, divorato, cacciato all'ammazzatoio.
Da secoli i diseredati sopportano docilmente la misera e la servitù grazie all'ingannevole miraggio del cielo ed all'orrenda visione dell'inferno. Bisogna mettere un fine all'odioso sacrilegio, alla frode abominevole.
O tu che ascolti: apri gli occhi; guarda, osserva, comprendi! Il cielo di cui ti parlano senza posa, il cielo a cui si tenta d'insensibilizzare la tua misera, d'anestetizzare il tuo dolore, soffocare la protesta che, a dispetto di tutto, erompe dal tuo cuore, il cielo è irreale, deserto!
Soltanto l'inferno tuo è popolato, reale.
Cessa le cerimonie, ché i pianti sono vani.
Cessa dalle genuflessioni, ché le genuflessioni sono sterili.
Cessa dalle preci, ché le preci sono impotenti.
Sorgi, uomo! In piedi, eretto, fremente, ribelle, grida la guerra inesorata all'iddio di cui a te, ai tuoi fratelli hanno imposto per tanti anni la deprimente venerazione.
Affrancati dal tiranno immaginario, scuoti il giogo di coloro che se ne pretendono quaggiù i vicari! Ma ricorda che, compiuto questo primo gesto di liberazione, tu non hai assolto se non una parte del compito che incombe.
Non ti servirebbe a nulla rompere le catene ribadite ai tuoi polsi dagli Dei immaginari, celesti ed eterni, se tu non spezzassi insieme quelle che contro di te fucinarono gli Dei passeggeri e positivi della terra. Ricordalo!
Cotesti Dei s'aggirano intorno a te per affamarti ed asservirti. Sono uomini come te, cotesti Dei.
Ricchi e governanti, gli Dei della terra l'hanno desolata di vittime innumeri, d'ineffabili tormenti. Possano i dannati della terra insorgere contro questi scellerati e fondare una città nella quale mostri siffatti siano per sempre impossibili.

Quando avrai cacciato gli Dei del cielo e della terra, quando ti sarai affrancato dai padroni dell'alto e dei padroni del basso, quando avrai compiuto il doppio gesto di liberazione, allora, allora soltanto, fratello mio, tu evaderai dal tuo inferno, realizzando il paradiso.
Soltanto allora!"

1 commento:

  1. Cmq dio va scritto in minuscolo è un nome comune di cosa, astratto. ;)

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